Fuori Concorso "descrizione di un luogo" 26
il concorso è finito...ma siccome ai laic pigrizia, ho deciso che chi vuole ancora mandarmi racconti, può farlo, con calma, quando vuole ;)
Metodo
di Fiodor
Era un uomo metodico, scrupoloso e pignolo fino alla monotonia. Le abitudini quotidiane erano il pilastro inamovibile della sua tetragona esistenza, scandita come un metronomo da accurati riferimenti ad orari, persone e luoghi, e la camera da letto era il suo santuario, l’altare innalzato alla sua maniacale precisione.
Per questo, quella domenica mattina, si stupì molto per essersi svegliato alle otto e trentasette, in un bagno di sudore, ed incredibilmente in ritardo rispetto al solito orario a cui era solito destarsi.
Si guardò intorno spalancando gli occhi con stupore, alla ricerca di un motivo valido per questo inesplicabile e ingiustificabile cambiamento, anche se niente sembrava essere cambiato dalla sera precedente.
Seguendo una traccia mentale consolidata prese gli occhiali, ordinatamente riposti la sera prima sul comodino, e li inforcò con accuratezza, badando di non toccare le lenti con le dita. Mise a fuoco la propria mano e poi si guardò intorno cercando di rintracciare tutti i segni della propria esistenza.
Guardando meglio, però, si accorse che non quadrava proprio tutto con la consueta immagine della stanza che aveva, fino al giorno prima, dal suo punto di vista. Intanto la serranda della finestra era socchiusa, anziché come lui desiderava, perfettamente sigillata. E poi, ricordava benissimo di non aver mai posseduto un pigiama beige smorto come quello che stava indossando. Certo, non era uno che si lasciava andare a pacchianerie cromatiche di sorta, ma una cosina così triste e per di più in tessuto sintetico non l’aveva mai avuta.
Sfilò gli occhiali e li pulì con un angolo del lenzuolo, scuotendo leggermente la testa. Ne osservò con calma la trasparenza in controluce, raschiando leggermente con la punta dell’indice una minuscola macchiettina in un angolo della lente e li sistemo nuovamente sul naso.
Eppure, nonostante gli sforzi, ruotando lo sguardo continuò a notare delle stranezze che non finivano di stupirlo. La sveglia era la stessa, certo, ma il colore era diverso, un bel blu carico che scintillava inespressivo al posto del caldo bordeaux che ricordava benissimo. E, sorpresa delle sorprese, al posto del cassettone fine ottocento lasciatogli in eredità dalla madre c’era un bizzarro oggetto di design con alcuni tiretti all’apparenza decisamente poco capienti.
Sfilò gli occhiali nuovamente, li guardò alla ricerca di un segnale del tradimento di cui si sentiva vittima incolpevole e poi, deluso, si strofinò gli occhi alla ricerca di un occasione che potesse dargli la certezza che non stava sognando e che quel luogo era lo stesso luogo nel quale dormiva da anni.
Rinfrancato dalla diligente presenza delle sue pantofole, ordinatamente allineate sul tappetino, scese dal letto, seriamente intenzionato a consultare, ed eventualmente redarguire, la moglie per le estemporanee stravaganze che aveva notato.
Infilò con cura le pantofole, si mise gli occhiali con cura, legò strettamente la giacca da camera assicurandosi che nessuna stupida piega ne sciupasse la perfetta caduta, e si diresse impettito e un po’ confuso verso la cucina.
Ma quando entrò per parlare con sua moglie Maria, rimasta ormai l’unica persona devotamente in grado di sopportare le sue pignolerie maniacali, vedendo quella donna china sul forno aperto che elargiva con grazia un’ampia quanto interessante visione del suo fondoschiena, fu certo che qualcosa non andava per il verso giusto.
Maria, oltre che per la monumentale pazienza nei suoi confronti, era famosa anche per un altrettanto monumentale pinguedine ben insediata nei fianchi e nelle natiche, mentre ora appariva ai suoi occhi profondamente trasformata, ma pur sempre Maria.
Con a prima vista almeno venticinque chili in meno di quello a cui era abituato, la donna da quell’inconsueta posizione girò il volto, apparendo in un inedito splendore e rivolse un sorriso incantevole, a suo marito:
- Buongiorno
- …
- Ho detto buongiorno. Sei di cattivo umore stamattina?
- Oh no, scusa, buongiorno… no, è che stamattina mi sembra tutto così strano
- Strano cosa, caro?
- No, niente, niente… è come se questa casa fosse diversa, pur essendo sempre la stessa…
- Che sciocchezze stai dicendo. Via via, non cominciamo con i tuoi soliti voli pindarici fuori luogo… Vieni che ti preparo la colazione. Caffèlatte come al solito?
- Ma… Dovresti sapere che il caffé mi irrita lo stomaco e che non posso neanche guardarlo… Voglio il tè, come tutti gli altri giorni…
- Ma che dici, se fino a ieri ti sei sempre rimpinzato di caffèllatte a colazione, dai su che stamattina non ho voglia di giocare…
- Non sto giocando, sto semplicemente dicendo che non voglio il caffellatte ma il tè
- D’accordo Marco, d’accordo non scaldarti così, non c’è nessun bisogno di gridare né di…
- Scusa, come mi hai chiamato?
- T’ho chiamato Marco, come dovevo chiamarti? Ti chiami così.
- Io non mi chiamo Marco, ma Mauro
- Adesso chi sarebbe Mauro? Amore ma stamattina non ti senti bene? Sei alquanto stranino… Tu sei Marco e lo sei sempre stato
- Ma io… so di chiamarmi Mauro …
- Senti facciamo così, mentre ti faccio il tè ti stendi sul divano e ti metti il termometro così vediamo se hai qualche linea di febbre…
- Io sto benissimo. E non mi chiamo Marco!
Irritato dalla insolita conversazione, riposizionò gli occhiali sul naso puntando violentemente l’indice sul ponticello, e uscì furente dalla cucina dirigendosi a lunghe falcate verso la camera da letto.
Prese stizzosamente la giacca e infilò la mano nella tasca interna, senza accorgersi, per la furia, di ritrovarsi tra le mani un frivolo oggetto in pelle chiara anziché l’accogliente portafoglio nero a soffietto che tanto gli era caro, sfilò dal compartimento centrale il documento di identità e rimase pietrificato nel leggere il proprio nome, proprio mentre sopraggiungeva la moglie.
- Marco. Mi chiamo Marco
- Te lo avevo detto…
- Maria scusami è che… è che forse hai ragione tu. Stamattina, non mi sento tanto bene, ora mi stendo e…
- Scusa un attimo, ma… chi è Maria?
- Eh?
- Chi sarebbe questa Maria?
- Come chi sarebbe, che domanda è?
- Beh se alludi a me, caro il mio furbone dovresti sapere come mi chiamo, non certo Maria.
- No?
- No.
- Forse ho qualcosa più grave di quello che pensavo…
- Allora?
- Allora cosa?
- Si può sapere chi sarebbe questa Maria?
- Ma tu, santo Iddio, come poco fa pensavo di chiamarmi Mauro, credevo pure che tu ti chiamassi Maria… Oh santo cielo… Ma perché, come ti chiami?
- Francesca.
- Francesca?
- Francesca.
- Oddio, oddio… Perdonami, ma credo di sentirmi proprio male…
- Ora stenditi, e vediamo se hai qualcosa che non va. Appena torna Giorgio lo mando a chiamare il medico…
- Chi è Giorgio?
- O Signore, ma allora sei grave, Giorgio è mio… Giorgio è nostro figlio…
- Ma noi non abbiamo figli Mari… ehm… Francesca…
- Ah no? Allora quando viene diglielo tu che non esiste… Aspettami qui, torno subito.
Marco, stordito da questo improvviso disordine mentale si stese lentamente sul letto, sfilandosi gli occhiali con cautela, puntando lo sguardo sul soffitto dalla cui pacata neutralità non si aspettava ulteriori sorprese.
Rimase steso finché la sonnolenza infine non lo vinse catapultandolo in un profondo torpore. Al risveglio trovò la donna ed un ragazzo sconosciuto ad osservarlo con sguardi accigliati.
- Ehi…
- Ciao… Hai dormito quasi tre ore… ti senti meglio ora?
- Boh. Si, credo di si.
- Davvero? Allora dimmi, chi è lui?
- Mmmmm, non so, lo conosco?
- Ma papà…
- Zitto Giorgio… Davvero non lo riconosci
- No. Dovrei?
- Si, direi proprio di si visto che è nostro figlio
- Mamma, io chiamo il medico
- Aspetta…
- Che altro vuoi aspettare, lo vedi che farnetica?
- Non parlare così di tuo padre
Il ragazzo voltò le spalle ed uscì sbuffando con palese malumore, lasciando Marco e Francesca alle prese con lo stato confusionale di lui.
- Davvero non ti ricordi di noi, Marco?
- Non proprio… Di te si, anche se mi sembrava che tu fossi decisamente più grassa di come sei ora e confesso, anche meno attraente… Ma di quello che tu dici sia nostro figlio… Niente.
- E’ incredibile.
- A me lo dici…
- Eppure dovrà pur esserci una spiegazione razionale…
- Sicuramente. Ma intanto che facciamo?
- Non so, dimmelo tu, te la senti di provare a dimenticare che non ti sembriamo la tua famiglia?
- Non lo so.
- Bene, potremo saperlo solo vivendo questa situazione, non credi?
- Non vedo alternative. Si, proviamoci…
- Bene.
- Bene.
Marco si alzò lentamente guardandosi intorno, mise gli occhiali sperando che nel mettere a fuoco i particolari della casa la memoria fosse costretta a rimettersi in moto, ma nonostante l’impegno tutto sembrava leggermente incongruente, con tanti piccoli dettagli che non coincidevano con i suoi archivi.
Vide l’orologio a pendolo regalo di nozze, e ricordava perfettamente che nonostante i suoi ripetuti sforzi e notevoli esborsi di denaro non aveva mai funzionato come avrebbe dovuto, e invece era lì che ticchettava placido.
Nella libreria non riconobbe invece, nel festoso disordine di colori e forme, l’impeccabile classificazione che aveva scrupolosamente dato ai suoi libri.
Insomma, per farla breve, era casa sua, ma allo stesso tempo non sembrava esserlo fino in fondo. Era una versione leggermente differente, variata, sottilmente eppure tanto profondamente diversa dai suoi ricordi da farlo star male.
La testa gli cominciò a girare mentre esaminava con sguardo catalogatore tutti gli oggetti presenti, e nella ricerca di un po’ d’aria fresca si affacciò circospetto alla finestra, constatando, con un certo stupore, che il panorama offerto era lo stesso di sempre.
Poi, sentendosi silenziosamente osservato dalla moglie, chiuse la finestra, aggiustò gli occhiali sul naso con un gesto consueto e abbassò la testa, raccontando con quel gesto la sconfitta dei suoi sensi dall’evidenza dei fatti.
In confronto alla agitazione della mattina, il resto della giornata scivolò tranquilla nel pigro andamento di una qualunque domenica pomeriggio, eppure Marco non smise di trasalire per ogni novità o lacuna che accertava rispetto al ricordo che aveva della sua casa, così impalpabilmente diversa.
Alla fine, rassegnato, concluse il pomeriggio ad inventariare con scrupolo tutte le diversità che coglieva, cercando una difficilissima consolazione nella nuova organizzazione delle cose che sostituisse quella, perfetta, che ormai temeva di aver del tutto perduto.
Francesca, accorgendosi delle sue silenziose inquietudini, non smise mai di essere dolce e comprensiva, cercando di tonificare il precario equilibrio mentale di Marco, e la sera infine li trovò serenamente vicini mentre leggevano assorti, attendendo l’ora del sonno.
Arrivò anche quella e Marco provò un lieve imbarazzo nello spogliarsi, così cercò di evitare di poggiare lo sguardo su quella donna che, pur essendo sicuramente sua moglie, era allo stesso tempo così diversa e così decisamente più attraente dell’originale.
Tolse gli occhiali, e si infilò nel letto, accogliendo, con incerto pudore, il casto abbraccio di Francesca. Poi, vinto dalla stanchezza e dagli eventi, chiuse gli occhi.
Quando si svegliò, era nuovamente fradicio di sudore, e il sole era già caldo. Senza aprire gli occhi allungò esitante la mano verso il lato di sua moglie e ne sussurrò piano il nome, sfiorando il corpo caldo e immobile della donna con una carezza distratta.
Si girò cercando gli occhiali, calò con cura gli occhiali sul naso, li calcò ben bene spingendo l’indice sul ponticello e si voltò cautamente vedendo ciò che non avrebbe voluto vedere.
Ora una parete, dipinta di un viola carico, incombeva leggermente minacciosa dalla sua parte, il mobile di design, già antico cassettone, era sparito del tutto e sul soffitto, che mostrava i segni inclementi del tempo, era fissata una squallida lampada al neon che spargeva una luce cruda che gli feriva gli occhi. Volse lo sguardo verso il basso e vide che le sobrie pantofole a disegni scozzesi si erano trasformate in due disgustose ciabatte di peluche a forma di castoro.
Intuendo, con sgomento, che i sottili cambiamenti del giorno precedente si erano ulteriormente spinti in là, si voltò lentamente verso la moglie. Una donna bruna, stavolta molto diversa da Maria, ma anche da Francesca, lo guardò sorridendo, e senza minimamente curarsi del muto terrore di lui, cinguettò:
- Bonjour chéri.. t’as bien reposé?
scritto sotto effetto di té ai frutti rossi
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ebàut: descrizione di un luogo












