Concorso: "Descrizione di un luogo" 19

domenica, 14 gennaio 2007,15:03

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La mia casa

di Milesfaber


Ogni estate mia madre e le sue cinque sorelle si riunivano nella casa in campagna della nonna.

C’erano sei famiglie che vivevano insieme nella grande cascina.

Questo accadde ogni anno tra il 1985 e il1992.

Deve esserci qualche gene strano nella mia famiglia perché tra sei sorelle l’unica ad avere un figlio maschio è mia madre. Mi ritrovavo così ad essere l’unico cugino in mezzo a dieci femminucce che trascorrevano i pomeriggi giocando “alle mamme”.

Talvolta erano loro che mi escludevano dai loro giochi, il che non mi dispiaceva affatto; talvolta ero io che rifiutavo caparbiamente l’invito a fare “il marito” dell’una o dell’altra cuginetta.

Quell’esperienza deve avere condizionato il mio modo di considerare il matrimonio, anche se la conoscenza del mondo femminile maturata col crescere in mezzo ad una schiera di ragazze mi sarebbe stata molto utile più avanti negli anni. Ma questa è tutt’altra storia.

Vorrei invece parlare di quella che allora io chiamavo: “la mia casa” che era il posto in cui mi rifugiavo da solo poiché non avevo nessuno con cui giocare.

La mia casa si trovava a duecento metri dalla cascina, proprio nel mezzo di un grande campo incolto che non apparteneva alla nonna, ma era di “u Zu Gaspanu”, un fantomatico signore che non seppi mai se esisteva davvero.

Giganteggiava solitario fra le erbe secche o i fiori cresciuti spontaneamente. La mia casa era un carrubo secolare alto almeno venti metri i cui rami, piegati su se stessi, giungevano a toccare la terra.

La mia casa era il luogo in cui covavo la mia solitudine, probabilmente il luogo in cui ho imparato ad amarla. Mi addentravo facendomi largo fra le fronde fitte. Non avevo costruito né modificato nulla, io entravo e mi poggiavo sul tronco enorme con la schiena, poi rannicchiavo la gambe portando le ginocchia al petto e trattenendole con le braccia. E liberavo la mia fantasia.

Il tronco imponente aveva degli intagli probabilmente fatti da qualche pastore forse anche cinquanta o cento anni prima che io facessi di quell’albero la mia casa. Quegli intagli assomigliavano ai graffiti preistorici nelle grotte che io avevo visto sul sussidiario della scuola elementare. Immaginavo uomini di Neandertal accendere fuochi con le pietre, proprio accanto a quella che ora era la mia casa, la mia casa che nella mia mente ingenua di bambino non aveva età.

Non aveva muri, ma io individuavo ugualmente il confine della mia proprietà. Questo confine era costituito dall’ombra che la chioma proiettava sul terreno secco. E la cosa bella è che quel confine si muoveva e mutava col passare delle ore, man mano che il sole si abbassava, la mia casa viveva.

E io lì mi sentivo vivo, mi sentivo libero e protetto. Quando mia madre mi sgridava, o mi dava qualche ceffone io correvo via e mi rifugiavo all’ombra dei miei rami e con le spalle poggiate sul tronco gridavo con tutta la voce di cui ero capace tutte le parolacce che conoscevo, niente era proibito nella mia casa.

Mi era proibito uscire dalla cascina quando faceva buio, così dopo il tramonto potevo solo guardarla dalla finestra della stanza da letto e mi faceva paura. E poi la notte non la sentivo mia, senza il sole non aveva confini disegnati per terra, e quindi non potevo più trattenerla, la notte la mia casa tornava ad appartenere alla natura fino al mattino successivo.

Dopo quindici anni, ieri, facevo un giro per le campagne e sono voluto tornare in quel posto che ormai da anni non appartiene più alla mia famiglia. Mi sono presentato come il nipote della vecchia proprietaria della cascina, la signora ha detto di ricordarsi di me da bambino. Mi hanno fatto sedere e mi hanno offerto il caffé. Ho chiesto se potevo fare un giro per i campi, mi hanno subito accontentato. Quando ho girato l’angolo, e ho guardato verso la mia casa lei non c’era. Al posto del campo incolto che dominava c’era una coltivazione intensiva di ulivi.

Guardo il nuovo padrone della cascina che mi dice che chi ha comprato quel terreno ha tagliato un albero di carrubo che era molto bello. Un peccato, dice. Sì, me lo ricordo, gli dico io, era bello davvero.



scritto sotto effetto di té ai frutti rossi

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ebàut: descrizione di un luogo

Commenti
#1   14 Gennaio 2007 - 19:45
 
ma quando finisce il concorso?
:D
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#2   14 Gennaio 2007 - 22:53
 
p.s. ti ho linkata! :D
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#3   15 Gennaio 2007 - 23:01
 
ai laic it!
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#4   16 Gennaio 2007 - 00:20
 
tu pure hai visto il bagaglino??
:D
se scade il 31, dovrei farcela:D
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#5   17 Gennaio 2007 - 20:28
 
E' molto molto bello.
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#6   17 Gennaio 2007 - 20:46
 
ciao jonny, benvenuto!
se ti piace il racconto, e vuoi votarlo....devi scrivere: ai laic it!
sennò il tuo voto non vale ;)
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