Concorso: "Descrizione di un luogo" 17
Il luogo non era male, un posto dove magari saresti anche andato volentieri, una volta, avendone motivo; il fastidioso era non sapere come e perché ero lì. Mi capitavano spesso cose del genere, ultimamente, e senza la giustificazione dell’alcolismo. Infatti pensavo di cominciare a bere forte, non sono mai stato un integralista dei rapporti causa-effetto, bastava ci fossero entrambe, così, per placare l’ansia, poi la loro sequenza m’interessava relativamente. Mai stato rigido, di carattere.
Tipo laboratorio, lindo senza essere freddo, pieno di neon ma anche di simpatici abat-jour sui banconi, molti fogli sparsi sulle scrivanie di metallo, insomma, tipo laboratorio appunto; niente finestre, un telefono, e soprattutto un sacco di, be’, roba. Strumenti, schermi, aggeggi. Roba, che magari era costosa però buttata un po’ là, a cazzo, si potrebbe dire. La bottega del rigattiere più ricco del mondo, o un disadattato benestante, o un nerd che ha fatto i soldi.
Insomma, un posto stupido che manifestava forte presenza di denaro e ancor più forte tendenza a spenderlo a caso in accessori dall’aria scientifica.
Feci per premere il tasto on su uno particolarmente affascinante – ovvero un, mh, coso a forma di bilancia di precisione, a un piatto solo, di quelle che usano i colombiani coi baffi per pesare la cocaina prima di, che so, taglerti una gamba nella doccia con la motosega (nei film, certo, nella vita non saprei), però tutta rivestita di domopak, con una spugna sopra e fili, fili ovunque e un tasto di plastica rossa con scritto sopra: on, e io lo stavo per premere; arrivò uno che mi disse, facendomi trasalire (ma bisogna dire che arrivò alle spalle, e silenziosamente) – non premerlo, per favore.
- ah, buonasera. Finisce il mondo, se lo premo? – chiesi. Magari diceva di sì, sembrava un inizio promettente.
Rise. – no, no, figuriamoci, però è delicato, magari si sciupa. – disse – e poi un piccolo rischio c’è sempre.
- che finisca il mondo?
- Non necessariamente, ma il nucleo della terra, sa…
Vabbe’, non indagai. E poi guardandolo meglio, io quello lo conoscevo.
- ma è suo il laboratorio? Io la conosco, sa. Adesso non mi viene il nome, però.
- No, non è mio, ci lavoro e basta – rispose garbato, però sembrava un po’ intristito. Forse perché non l’avevo riconosciuto.
- Uhm. Bene. E cosa fate, qua?
- Ah, guardi, un sacco di cose – e un po’ si girava di qua, un po’ di là, secondo me voleva che lo riconoscessi. E alla fine lo riconobbi.
- Ma lei è Paco Lanciano, quello di quark! – dissi, con un entusiasmo che non è che provassi, ma per fargli piacere…difatti si illuminò – sì sì – rispose – sono io! Posso offrirle da bere?
- Certo. Ma esattamente, dov’è che siamo qua?
Ah ahah ah! Andiamo, venga! – e mi trascinò fuori dal laboratorio, in un corridoio fatto preciso sputato a come sono i corridoi di quei posti là: linoleum in terra, pareti grigine, neon bianchi al soffitto, molte porte e armadietti d’acciaio vicino alle porte.
Dopo un paio di corridoi, una discesa in ascensore, una salita in un altro (il senso dell’orientamento mi doveva essere caduto in terra nel passaggio da un ascensore all’altro), ci fermammo davanti a una porta uguale alle altre e il dottor Lanciano mi fa: prego.
Io aprii la porta, e gli chiesi – posso chiamarti Paco?
- certo – disse cortesemente, e mi fece cenno di entrare. Perché lì dietro c’era un bar.
Un bar normale, anche un po’ triste, il pavimento beigiolino, pareti gialle, bancone arancione, tavolini arancioni e sedie gialle, però ‘sti colori accesi davano un insieme un po’ tristarello, da bar di periferia che era nato con la speranza di divetare un locale trendy e invece era divenatato quello che era, ovvero un bar di periferia, appunto; il barista era uno molto alto, dall’aria simpatica, col pizzo un po’ brizzolato.
Paco ordinò due caffè, il barista gli disse qualcosa sulle tasse, mentre chiacchieravano io guardavo in giro aspettando il caffè; a un tavolino c’era Baggio che chiacchierava con John Locke, ma non il filosofo, il pelato di Lost, con Kubrick che ascoltava annoiato. Mi avvicino, per forza.
- scusi? – azzardai.
Baggio si voltò e sorrise come un Buddha (be’, se non lo fa lui, che gli ha guarito cento volte le ginocchia…) – sì? Vuoi un autografo?
- ah, no, scusi signor Baggio, dicevo a lui – ma siccome mi parve un po’ deluso, gli porsi un tovagliolino di carta chiedendogli gentilmente un autografo.
- Sì? - mi dice Locke, con un sorriso un po’ ghignato, ma magari sembrava a me – vuoi un autografo?
E che fissazione, pensai – no – risposi – cioè, non solo, volevo sapere se gli sceneggiatori vi hanno già detto dove si va a parare, o facciamo la fine di x-files che si vedeva benissimo alla fine che s’erano infilati in un ginepraio senza costrutto, ecco. Sa, sono un fan.
Sembrava perplesso, magari aveva una clausola sul contratto che vietava di fare rivelazioni non concordate con la produzione.
- sceneggiatori? – chiese, e lo stupore sembrava sincero. Cambiai argomento brillantemente, porgendo anche a lui un fazzolettino e rivolgendomi a Baggio – oddio, glielo avranno detto in migliaia, però quel rigore a Pasadina…ci voleva coraggio, per batterlo, e solo chi non va sul dischetto non sbaglia mai, sa… - un bel luogo comune mi sembrava un buon modo per svincolarmi dalla conversazione.
Sorrise di nuovo, mi chiesi se non era un obbligo dei buddhisti sorridere in continuazione, come per i cattolici confessarsi.
- fu tutto marketing – disse – organizzò tutto Moggi.
- Ma all’epoca era già, o ancora, alla juve? Mica mi ricordo bene, scusi, sa…
- Oh, be’. Non importa, il tempo è un concetto relativo.
- Ecco. – dissi; non avevo capito se era buddhismo, teoria dei quanti o alzheimer – ma è pronto il caffè, chiedo scusa.
Kubrick non disse nulla, un po’ mi dispiaque, ma ero intimorito e non mi azzardai a disturbarlo, anche perché mi risultava fosse morto e non sai mai come potrebbe reagire, uno morto in un bar.
Sorseggiai il caffè con Paco, che mi parlò di campi elettromagnetici dei cellulari che non fanno venire il cancro al cervello, ma cominciò un suono insistente e fastidioso che mi distraeva molto.
Pagò lui, e ci avviammo all’uscita, mentre il suono aumentava; mi accompagnò al parcheggio, sotterraneo, con pilastri a delimitare i posti auto.
- bene – disse porgendomi la mano – arrivederci.
- Arrivederci, Paco, stia bene, mi saluti Angela.
- Mia moglie si chiama Franca…ahahah, sìsì, la faccio sempre questa battuta, glielo saluterò senz’altro. – Dio mio.
Infilai la chiave nella Batmobile, che però era tale e quale la Papamobile solo nera e con un pipistrello con la tiara aerografato sul cofano, e aprii lo sportello.
Il suono aumentò a dismisura, in sottofondo ce n’era anche un altro, come di spade che cozzano, ma l’altro adesso era veramente insolente, per cui spensi la sveglia e andai a fare colazione, feci tutto quel che si fa al mattino notte agitata o meno, e andai a prendere la macchina in garage.
Non era la Batmobile, ovviamente e purtroppo.
scritto sotto effetto di té ai frutti rossi
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