Concorso: "Descrizione di un luogo" 7
Sveglia alle sei, litri e litri di caffe’ sul fuoco per cercare di attivare almeno il dieci percento del dieci percento del mio cervello, doctor marten’s inforcate, sistematina alla cartella ed un occhio di riguardo al suo contenuto, biglietti del pullman al sicuro nella tasca del cappottino. Si parte per andare all’università. Banale forse come luogo prediletto tra tanti da descrivere, è vero, avrei potuto sollazzarvi col mio solito proliferare di dettagli inutili ed epiteti in disuso sulla città che mi ospita durante l’estate da sempre, luogo nostalgico ed amarcordiano per antonomasia, oppure su un qualche luogo-symbolus della mia adolescenza ormai perduta, ma tant’e. Ho scelto l’università perché è lì che mi accadono le cose più strane. A partire dal percorso che mi porta lì. L’autobus, ad esempio, è un vero e proprio contenitore di non una ma varie comedie humain, a partire dall’autista, un simpaticissimo ometto panciuto e barbuto che non fa che lamentarsi della gestione del traffico nella mia citta’(perché qui, sì, i semafori sono addobbi natalizi e nulla più) ostentando una conoscenza approfondita anzichenò dell’intera Bibbia, dalla Genesi all’Apocalisse, in quanto nomina, talvolta in ordine alfabetico, tutti i personaggi che la popolano, descrivendoli con aggettivi carichi di colore, per poi far terminare la corsa dell’autobus nel bel mezzo della strada, lasciandomi tremante e stringente la mia cartella al petto in mezzo a macchine e autocarri in corsa. Dopo aver rischiato la vita diverse volte, riesco a raggiungere l’edificio appropinquandomi al bar, dove al novantanovevirgolaovantanove percento c’è il mio stalker di fiducia. Lui è il mio fan numero uno. Cioe’, era. Fino allo scorso semestre non faceva che seguirmi ovunque, farsi assegnare apposta me come partner in laboratorio, cercare di conquistarmi parlandomi continuamente di cinema(essendo a conoscenza della mia passione per esso)ed annoverando tra i suoi film preferiti obbrobri come “Scary Movie” o “The Grudge”, con la convinzione di chi sta sul punto di raggiungere il suo scopo, nonche’ facendomi complimenti davvero irresistibili come:”che bel naso” o “che bel tessuto ha la tua maglia”. Ecco, queste frasi colme di originalità e raffinatezza non erano corrisposte solo a causa della più totale titubanza in cui sprofondavo, perché di fronte a cotanto genio non potevo che sentirmi come una 14enne in preda a seri complessi. Insomma, dicevo, era, perché pare adesso sia interessato ad un’altra, e questo non può far altro che rendermi gaia e felice, oh si, povero ripiego: ma non vi preoccupate, presto tornerà sui suoi passi. DEVE. Oltretutto, ho un bellissimo ricordo legato al piano dell’università dove sono dislocati gli studi di tutti i miei profii: mi trovavo lì per chiedere un’informazione alla custode, convinta che non ci fosse nessuno, e durante l’attraversamento del corridoio, per allietare il viaggio, se così vogliamo chiamarlo, canticchiavo Idioteque. A voce alta. E, perché no, come fossi in preda a convulsioni multiple. Sapete, quando uno si fissa su una canzone ascoltandola in loop almeno cinquanta volte al giorno per circa sette giorni, questa inizia con il possedere il tuo corpo e la tua mente, senza che nessun Max Von Sydow possa fare qualcosa. Ecco, adesso pensate a me all’inizio del corridoio e a tutti i profii che si affacciano contemporaneamente dalle porte dei loro rispettivi studi per cercare di capire chi stesse per morire dopo un’agonia atroce. E poi, alla fine imminente della mia carriera universitaria. Infine, è d’obbligo menzionare il giardino che lo avvolge: si sa, un po’ di verde che nasconda abilmente la stanza con tutto il materiale cancerogeno e/o radioattivo usato nei laboratori è una mossa intelligente eccome. Soprattutto se lì tutti noi studenti consumiamo il nostro pranzo. Ecco, proprio lì, può capitare che un giorno in cui non hai fatto colazione addenti in maniera particolarmente vigorosa il tuo panino. Magari mentre il tizio che ti piace passa. E magari mentre ti saluta o vattelappesca. Facendo in modo che tu non possa replicare, perdiana. Mai più. Ma nonostante questo, alla mia università c’è un viale alberato lungo e accogliente, che in autunno si riempe di tutti i colori caldi dello spettro della luce visibile. Ma forse non saprei descrivervelo poi così bene, è che dovreste esserci, ecco. C’è il barista sempre pronto a chiudere un occhio se per caso proprio quel maledetto giorno, andando di fretta per non perdere il pullman, hai scordato il portafoglio a casa, rassicurandoti sul fatto che puoi pagare la prossima volta e che non c’è alcun problema. C’è il custode che mentre aspetti l’inizio delle lezioni, se qualche tuo amico ha disertato, ti invita a guardare la televisione con lui e tutte le altre anime solitarie della facolta’. E poco importa se ti farcisce di tiggì e oroscopi, in genere ti evita il leggere il City raccattato fuori la metro tutta sola nel tuo banchetto. Ci sono i ragazzi che con le loro storie assurde e qualche pettegolezzo sui secchioni dell’aula fanno sorridere un po’ il tuo cuore e dimenticare qualche problema chiuso a chiave nell’armadio di casa. Nascosto, insomma, ma pur
sempre lì ad aspettarti al tuo ritorno. E ci sono cose, insomma, che fanno sì che andare lì non mi annoia mai. No, ragazzi. Andare lì, proprio mi piace.
scritto sotto effetto di té ai frutti rossi
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