Concorso: "Descrizione di un luogo" 2
la mia vita è piena di luoghi (non)comuni. un luogo ameno di cui non posso fare a meno è il parcheggio dei camion dell’autogrille ardeatina esterna sul grande raccordo anulare di roma. è infatti qui che nelle romantichèrrime notti di note note di notte parcheggio la mia mini cùper smarmittata del ’94 col tettino nero (di)ruggine interni in finta plastica e rifiniture in nastro adesivo marrone da pacchi.
arrivo sempre tra le due e le due e zerozerosette antimeridiane che poi è un orario indicativo visto che non posseggo orologi ma solo una meridiana solare. con indolente e sontuosa flemma spengo il motore e dopo essermi grattato il sedere per attivare il ciàcra di base situato tra l’ano e il perineo apro le porte della percezione di tutti i miei quattro sensi: (s)vista u(n)dìto(medio) (cattivo)gusto e loffàtto. come dite? manca il tatto? essì. non ho il tatto. come devo ripetervelo brutti stronzi gniuorànti del cazzo e non mi chiedete più ‘sta cosa maledizione e lievi raffreddori vi colgano. dicevo? sì. l’esperienza multisensoriale.
per prima cosa inforco gli occhialini per la visione notturna 3D comprati sull’ultima pagina di un vecchio intrepido mese del 1980 insieme alle scimmiette di mare e contemplo rapito i riflessi dei pupazzoni luminosi misclèn piazzati sui tetti dei tir mentre essi i riflessi disegnano figure vietate ai minori attraverso la coltre di gas di scarico dei loro motori da 36000cc. tipo lo scania diàbolo tràc ov de iar 1992 un autoarticolato color dissenteria acerba da sessantanove metri e due figure che alla prima sgassata dopo la messa in moto è in grado di produrre una grigia nube tossica che manco i miei calzini sudati croccanti dopo la maratonina roma-ostia.
poi chiudo gli occhi e regolo al massimo la sensibilità del mio apparecchio acustico mèid in portaportèse girando la manopola da “squassante scorreggia di galeazzi” a “loffetta di acaro della polvere”. e magggicamente il parcheggio si popola di inusitati suoni e inedite melodie che io ascolto con rinnovata riverenza e altri sostantivi che iniziano per erre e memorizzo tutto sul miniregistratorino a microcassettine agfa vinto con la raccolta punti della scèvron mèni iàrs egò.
ecco quindi le colorite bestemmie in dialetto dei camionisti mentre si scambiano informazioni sul traffico occupando le frequenza della polizia stradale con i loro cibbì superamplificati che disturbano pure le trasmissioni di scài in brasile. il tintinnio della capezza d’oro col crocifisso da sette chili e duecento che sbuca dal ciuffone di pelo sul villoso e brizzolato petto incorniciato da una pittoresca canottiera sudata. il rude strofinìo di carta vetrata delle nocche nodose sulla barba di fildiferro fitta fitta come quella della banda bassotti 167-761. i gorgoglii delle pance rotonde come angurie tese come pelle di tamburo dùm dùm. lo squittìo delle eleganti ciabatte blu di gomma antiscivolo in attrito radente con i piedi scalzi sudaticci e scivolosi. il fruscio dei pantaloncini bianchi acetati da calcetto con logotipo dello sponsor premiata carrozzeria rizzo & figli. i roboanti ruggiti di gradimento (rutto vulgaris) dopo il ricostituente panino mortàzza sottaceti ripassati in padella stracchino tuorli mostarda maccheroni coda alla vaccinara e paraflu (ma con un occhio alla linea: il pane è ai 5 cereali) condito da vino gassatissimo tavernello gran riserva un euro e ottanta all’àrdiscàunt col 33x32 che tra l’altro finisce sabato quindi diamoci una mossa.
l’esperienza olfattiva totale si ha raggiungendo il cuore pulsante di questo luogo fuori dal tempo ma soprattutto fuori dallo spazio e dalla grazia di dio. insomma il cesso dell’autogrille.
la prima cosa che mi colpisce entrando nel cesso è catia l’inserviente cicciona e barbuta mai piaciuta. catia mi colpisce duro assestandomi due randellate decise con il mociovilèda giusto per rammentarmi di non lasciare nel piattino delle mance le solite duecento lire che sembrano euris ma euris non sono ào iù fàching mèn. la seconda cosa che mi colpisce è invece il pungente e acre odore di orina stantìa che le polizie scientifiche di tutti i telefilmz del mondo come rìs o siesài o ensìaiès e anche il doctoràus hanno già catalogato come “afrore di polonio 210”. anche se dopo anni e anni e anni di indagini private ho finalmente scoperto che il nauseabondo odore è in realtà causato da un arbr magìcche imbibito nella sensuale ò de tualèt all’orina vanigliata che catia nasconde nottetempo nelle prese d’aria e nei getti asciugatori(rotti) per dimezzare i tempi di minzione e/o defecazione dei camionisti. geniale. in pratica attraverso la sovrastimolazione olfattiva riesce ad avere più clienti nella stessa unità di tempo. tutto ciò perché catia nel tempo libero è anche consulente màrcheting medio-l-ano. ma è anche una personcina per bene e un cartello con teschio e tibie incrociate informa la gentile clientela che per non contrarre letali malattie infettive alle alte vie respiratorie la direzione sconsiglia vivamente una permanenza all’interno dei locali superiore ai sessanta secondi. un intervallo di tempo comunque sufficiente a trascrivere dal muro una decina di numeri di cellulari tra cui quello di gustavo làno uno stallone superdotato della garbatella militesente uniprò sempre garàg solo attivo 320-4389*** che poi rivenderò ad uno stimato professionista residente a casalpalocco per 50 euris + iva ciascheduno. che uno si deve pure guadambiàre la giornata in quàrche modo eh.
azz. devo incontrarlo alla stazione eur fermi tra venti minuti. quindi scusatemi ma ora vi devo mollare. come diceva mio nonno parlando alle sue mefitiche scoregge postprandiali.
ah. ricordatevi che vi ammmo tutti quanti in blocco tranne chi di cognome fa calderoli.
scritto sotto effetto di té ai frutti rossi
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ebàut: racconto di un luogo
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